venerdì 4 luglio 2008

La prima rivoluzione del mio blog

Ovvero il ritorno alle origini

La Pro-Vocazione non è più il blog di Pino Suriano, ma di “Pino, Donato e Gabriele”. E’ questa la sua prima rivoluzione…. Che, come ogni rivoluzione autentica (Anna Harendt dixit) non è che un ritorno alle origini! Questo blog, in effetti, non è mai stato solo mio. E come poteva esserlo, per uno che deve molto più ai compagni di viaggio che ai suoi sforzi e presunti “meriti”? Insomma, tutte quelle cose che oggi rendono gli uomini tremendamente orgogliosi e, al contempo, tremendamente soli.
Ora, per fortuna, quell’intento ideale assume una forma concreta. Donato e Gabriele sono alcuni di questi compagni: molto più giovani di me, ma molto più svegli di tanti giovani come loro. I post di tutti e tre si susseguiranno senza periodicità, a firma del rispettivo autore.
Nel mio primo post avevo scritto “Meglio mal accompagnati che soli”. Lo credo ancora… Ma quando capita la fortuna di essere “ben accompagnati” è ancora più bello! Spero che si tratti solo della prima di tante nuove “aperture”. Aspetto (ops... aspettiamo) altre "candidature".

Pino Suriano

sabato 31 maggio 2008

Il fallimento della nostra "buona educazione"

Un giudizio sul "dramma adolescenziale" e la scuola
di PINO SURIANO

Non deve cadere nel vuoto quanto ha scritto Lello Colangelo sul Quotidiano del 24 maggio. Nella sua acuta analisi sull’attuale dramma adolescenziale ha richiamato le responsabilità degli “adulti perdenti” e ha evidenziato la loro incapacità nel “dare voce ai ragazzi, ai loro pensieri e ai loro sogni per costruire, nel presente, il futuro proprio e della società”. Ha poi concluso con una significativa indicazione di metodo: “I ragazzi non sono vasi da riempire ma fuochi da accendere”. Giustissimo! Ma affinché questa indicazione non si riduca a semplice slogan bisogna essere disposti a declinarla nel concreto delle realtà scolastiche ed educative, fino in fondo.
Smettere di “riempire il vaso”, infatti, esige una radicalità profonda, quella di farlo anche quando si tratta di comunicare i cosiddetti “buoni valori” e il senso della legalità. Ci siamo illusi, per troppo tempo, che la panacea educativa fosse una più forte cultura della legalità e del senso dello stato. E così l’abbiamo ficcata ai nostri ragazzi da tutti i pori: progetti e progettini sulla legalità, giornate della memoria a destra e a manca, video e controvideo sulla lotta alle mafie e al razzismo.
Ci siamo messi la coscienza a posto: non insegnavamo più solo sterili nozioni e romanzi senza attualità, ma anche il presente, le regole e la solidarietà. Non iniettavamo valori di parte o religiosi, ma valori condivisi e neutrali: i valori dello stato. Su questo abbiamo ripensato didattica e libri di testo, finanche quelli di religione. Abbiamo così creduto di seguire il giusto monito del ’68 (“portare nella scuola il mondo reale”), ma abbiamo fatto fuori la voglia di protagonismo e autenticità che lo avevano ispirato.
Ebbene, il frutto di questa nostra bella scuola è il dramma collettivo che abbiamo sotto gli occhi. Lo smarrimento profondo e grave di una generazione piena di regole e “manuali del buon cittadino cosmopolita”, ma priva di gioia di vivere e incapace di rintracciare un senso per cui valga la pena esserci. I recenti fatti di cronaca sono solo l’iceberg di una situazione radicale e drammatica, che coinvolge tutta la gioventù e non solo le “pecore nere” di cui si parla sui giornali. Sia chiaro, questo allarmismo non è una mia scoperta. Lo confermano autorevoli saggisti, primo tra tutti Umberto Galimberti, che alla questione ha dedicato il suo nuovo saggio “L´ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani”, edito da Feltrinelli, forse sbrigativo nelle proposte di soluzione, ma davvero impeccabile nell’analisi del contesto.
Tempo fa ho avuto una prova lampante di questa situazione. In classe, per il compito di italiano, si assegna questa traccia: “Parla della tua scuola. Cosa va e cosa non va? A che livello l’esperienza scolastica di questi mesi ha risposto alle tue aspettative di partenza?”. Un alunno insorge: “Ma che traccia è questa? Che devo scrivere su questo?”. Il docente incalza: “ E per fornirti argomenti quale traccia avrei dovuto assegnarti?” E lui: “Magari una sul razzismo, sull’integrazione o sulla lotta alla mafia. Su quelle cose so sempre cosa scrivere, ma non su di me e le mie aspettative”.
Mamma mia! Chissà quanti documentari sul Terzo Mondo avrà visto, quanti video su Falcone e Borsellino, magari sonnecchiando e contento di aver perso qualche ora di lezione. Difficilmente, però, gli avranno chiesto di mettere in gioco sé, il suo reale interesse. Difficilmente qualcuno avrà alimentato il suo desiderio di felicità e di adesione alla vita con cui la natura umana si esprime, tanto potentemente, in età giovanile, e che sola può muovere una passione autentica per tutti gli altri (indiscutibili) valori.
Mi preme dire, insomma, che l’iniezione dei buoni valori ha spesso svuotato la capacità critica dei discenti, ha fornito quella retorica pronta per l’uso (anche quello di “sbrigare” un compito in classe), grazie alla quale tutti siamo d’accordo su tutto, almeno a parole. E ha mascherato, per tanti docenti, lo scandalo di essersi scoperti astratti e nozionistici, senza impegnarli in una radicale ipotesi di cambiamento.
Ci troviamo, così, ragazzi di 15-16 anni che dichiarano come massima aspirazione l’onestà nel lavoro, il “fare il proprio dovere” e “rispettare le leggi”. Lo dicono perché lo hanno imparato, non perché lo sentono. Lo dicono senza gioia, con una stanchezza e un’aridità che fa venir voglia di trovare, tra i banchi, qualche “Pierino” ribelle! Parole come “doveri” e “tolleranza” hanno una frequenza maggiore, sulla loro bocca, di parole come “felicità” e “gusto per la vita”. Vogliamo stupirci troppo se poi questa vita la tolgono a sé e agli altri con estrema facilità? E come potrebbero fare diversamente se, mentre si insegnano queste belle cose, uno scrittore acclamato dai giovani come Alessandro Piperno, senza la coscienza della violenza culturale che sta compiendo, ma in nome di una sempre più equivoca “libertà di opinione”, arriva a scrivere sul Corriere parole come queste: <la Vita. Ebbene io mi chiedo: che cosa ha fatto la vita per meritare da noi tutto questo rispetto? Esiste una sola traccia in questo mondo che dimostri che vale la pena di esserci, respirare, alzarsi ogni mattina? Chissà che uno non possa affermare con Thomas Bernhardt che “generare è un crimine”?>>.
Come faranno questi giovani ad apprezzare la vita se non imparano a criticare, ragionevolmente, opinioni come questa? Se molti insegnano loro che conviene mantenere la vita solo quando è garantita una certa qualità? O quando una nuova vita non intacchi il benessere e i desideri di un’altra già presente?
Insomma, che senso avrà insegnare a un ragazzo i propri limiti, senza rendere evidente e amabile il motivo per cui bisogna rispettarli? Ammettiamolo! Ci siamo preoccupati troppo dei buoni insegnamenti e delle strategie. Troppo poco dell’autorevolezza, della vivezza e della passione comunicativa di chi li proponeva. Abbiamo guardato con sospetto (e con la latente accusa di plagio) chi ha avuto il coraggio di comunicare sé, come espressione viva e autorevole dei valori di cui parlava. Forse preoccupati da derive ideologiche (comunque non scongiurate, come dimostrano i recenti fatti della Sapienza), abbiamo insegnato solo ciò che era totalmente condiviso, oserei dire “banalmente” condiviso. Eppure le leggi chiedevano il contrario. A cominciare dal Decreto Legislativo 297/1994 (Testo Unico delle disposizioni legislative in materia di istruzione), che sin dall’art. 1 recitava: “Ai docenti è garantita la libertà di insegnamento intesa come autonomia didattica e come libera espressione culturale. L’esercizio di tale libertà è diretto a promuovere, attraverso un confronto aperto di posizioni culturali, la piena formazione della personalità degli alunni”.
La legge, insomma, chiedeva un “confronto aperto” di posizioni culturali, quella “battaglia culturale” che abbiamo voluto togliere di mezzo e abbiamo ridotto a beghe partitiche e sindacali nei nostri noiosissimi collegi dei docenti. Ma che quasi mai abbiamo portato nelle aule, come possibile novità di lavoro, didattica ed epistemologica. Lì abbiamo continuato a fare come prima, aggiungendo qualche bella lezioncina in più sul Terzo Mondo o sull’ambiente, che tutti erano disposti a sorbirsi, magari pure con qualche lacrimuccia, ma sempre con l’occhio all’orario, sempre con la speranza che la campanella suonasse presto.
E così i nostri allievi hanno imparato cose “buone, giuste e condivise”, ma senza sentirle proprie. Cose che sanno ripetere ma non sanno vivere. Chissà che democrazia avremo, chissà che “popolo propulsivo e governante” se nessuno avrà nulla da dire. Una cittadinanza sempre più delegante, sempre meno protagonista, se non nel giusto (ma che può divenire piccolo e arido) “proprio dovere”, se non nel “coltivare il proprio giardino”. E’ una proposta che può bastare allo scetticismo arido e falsamente realistico di un adulto che si è già accontentato. Ma non può acquietare l’impeto di un ragazzo o di un “adulto giovane” che ancora cerca, anzitutto per sé e poi per gli altri, quella cosa strana e misteriosa che chiamiamo felicità!


venerdì 16 maggio 2008

Reazioni alla lettera a don Cozzi

La mia lettera a don Marcello Cozzi, come prevedibile, ha scatenato una serie di interventi di replica tutti pubblicati sul Quotidiano della Basilicata. Franco De Vincenzis, Tommaso Marcantonio (un pezzo di un suo articolo), Anna G. Rivelli e, questa mattina, lo stesso don Marcello... Li ringrazio tutti e spero di continuare il dialogo su una questione di capitale importanza.... Li riporto, come da blog, in ordine inverso

Essere cristiani. La mia opinione sulla lettera di Pino Suriano
Più volte, in rete, mi è capitato di riportare una frase di un anonimo che ho fatto mia: “Voglio un Dio che mi chieda anche di pensare, non di credere soltanto”. Questo preambolo è d’obbligo, per me, nel provare a dare una mia risposta alla richiesta di dibattito lanciata da Pino Suriano dalle pagine del Quotidiano della Basilicata prima, e da quelle del suo blog poi.
Una seconda premessa, fondamentale, che vado a fare è: Non sono un intellettuale; non sono un uomo di cultura elevata… ciò che so è frutto di quelle letture disorganiche che sono venute lungo l’arco della mia vita e, soprattutto, di quelle esperienze che mi è capitato di andare maturando negli anni: esperienze di vita e di pensiero; pensiero che mi sono sforzato di lasciare libero il più possibile.
Un’ultima premessa nasce da una risposta di Pino ad un commento al post su linkato, quando cita San Benedetto che al chiuso della sua cella contribuisce non poco alla ricostruzione di un’Europa in macerie. Tutto vero, per carità. A questo mi va di aggiungere le parole che il regista cinematografico romano Luigi Magni fa pronunciare al suo personaggio Ugo Bassi nella sua opera cinematografica dal titolo: “In nome del Popolo Sovrano”. Il frate afferma quanto segue (vado a memoria, pertanto riporto il concetto): “Il convento non è prigione; il Convento è libertà. San Benedetto diceva che il convento è un AVAMPOSTO DEL PARADISO. In convento mi sembrava di rubare la salvezza… per questo ne sono uscito e sono sceso nel mondo, dove tutto è miseria, fatiche e sofferenze!”
Terminate le premesse, arriviamo al nocciolo. Qualcosa di cristiano… Pino Suriano esorta Don Marcello a dire qualcosa di cristiano. Provocatorio, sicuramente, come immagino sia nell’intenzione di Pino. Del resto, il blog di Pino ha come titolo “La Pro-Vocazione”. Ma questa sua provocazione, ne sono certo, viene fuori in assoluta buona Fede (la maiuscola è d’obbligo: la Fede di Pino traspare da tutto ciò che scrive e tutto ciò che fa). Ma Provocazione e Pro-Vocazione, sono due cose differenti. Il più delle volte il suo modo di fare mi pare più una Pro-Conversione che non altro.
Ecco, io leggo il tutto in questo modo. E sono convinto del fatto che sia sua intenzione muoversi, da semplice credente senza incarichi religiosi (citazione dalla sua lettera), impegnandosi al massimo nel diffondere la Buona novella. E non sarò io a contestargli questo suo muoversi nel mondo secondo ciò che, a tutti gli effetti, è una libera scelta ed anche ammirevole! “Andate in tutto il mondo e predicate la buona novella a tutte le creature”. La cella di un monastero, in questo modo, diventa un luogo limitato, riferendoci a questo imperativo… non mi si fraintenda: non è mia intenzione sminuire l’opera ascetica di tanti monaci che, tra una cella e il mondo, hanno optato per la prima. Ma anche quello di venire fuori da una cella e portare il messaggio di Cristo, mi pare, sia un modo di muoversi Cristiano. Voglio andare avanti con un’altra citazione: “Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avrete fatto a me”. Se lo faccio io, faccio qualcosa di cristiano e se lo fa Don Cozzi, Don Diana, Don Puglisi, Don Milani, Don Benzi non lo è? Suvviaaa (da leggersi con inflessione toscana)!!! Nessuno di buon senso potrebbe affermare qualcosa del genere (e il prof. Suriano, sono sicuro, di buon senso ne avrà da vendere). Posso capire il suo slancio verso S. S. Papa Benedetto XVI, il teologo e studioso; ma non si può pensare ad un Cristianesimo solo ed esclusivamente ascetico e didascalico.
Mi sono allontanato da molto tempo dalla Chiesa… ma non dalla fede. Ed io per primo mi sono domandato una miriade di volte il perché. E il perché sta nella frase che ho riportato all’inizio: “Voglio un Dio che mi chieda anche di pensare, non di credere soltanto!”. E qui mi approprio di una frase di Don Cozzi nella sua lettera di risposta al citato articolo pubblicato dal Quotidiano: “[…] Quell’Uomo lo chiamava Regno di Dio, e veniva prima di ogni altra cosa […] ma il Suo era anche il sogno di un mondo diverso, un sogno che trasmetteva agli uomini con il loro linguaggio, perché Dio potesse essere più comprensibile, meno distante, più dolce, meno freddo, più Padre buono e meno Giudice distaccato”. Quel Dio che Don Marcello ci porge con questa sua affermazione è il Dio che cerco da sempre e che Cristo, in mille modi, mi ha sempre presentato. Tutto il rispetto per l’atteggiamento (in materia di fede) delle Gerarchie Ecclesiastiche! Ma condivisione, da parte mia, giammai! E non per una sorta di presunzione o arroganza. Semplicemente perché, come scritto da Franco Devincenzis nella sua replica sempre al succitato articolo, facciamo “Attenzione a non far passare per Cristianesimo una sorta di galateo delle buone maniere che, per non urtare i potenti, si rintana nelle sagrestie e predica l’avvento remoto di un regno invisibile”. Ancora apprezzo, nel merito, l’affermazione di Anna Rivelli che parla di “Made in Ecclesia, con cui il Signor Suriano vorrebbe siglare in esclusiva il positivo operare degli uomini, non è una griffe, ma un marchio contraffatto se il ben parlare non è accompagnato dal buon agire e se serve ad essere esibito più che interiorizzato”. Io sarei stato meno sanguigno, ma l’essere sanguigni, non è detto sia negativo.
Per quanto riguarda la lettera di Pino, mi trovo in disaccordo con lui quando parla di “quelli che considerano il Fatto cristiano superfluo, in fondo inutile per poter essere buoni e giusti”. Perché mi torna sempre alla mente un tale Socrate che, mi pare, non fosse molto lontano dal concetto di bontà e giustizia diversi secoli prima della nascita del Cristo. Ma forse l’intenzione di Pino è quella di sottolineare che quella notte a Betlemme di duemila anni fa sia stato uno spartiacque? E sia! Ma chi non ha ricevuto il “dono” della fede (quanto non sopporto questa perifrasi da gesuita! Dono? E perché Dio sarebbe così perfido da fare figli e figliastri?) è condannato ad essere “cattivo” e “ingiusto” (provocazione J)? Quanto alla “Chiesa che produce uomini così”, direi, che Don Abbondio è pavido per sua natura, non per merito della Chiesa… Padre Cristoforo è uomo coraggioso per sua natura, non per merito della Chiesa.
Conclusione? Il cristiano è un diamante dalle tante sfaccettature. Mi viene in mente una frase che non ricordo dove ho ascoltato, ma mi pare adeguata a ciò di cui si va discutendo: “Puoi onorare Dio anche semplicemente sbucciando una patata, se lo fai a regola d’arte!”. Semplicistico? Probabilmente soltanto Semplice! E il modo di essere cristiano di Don Cozzi non mi pare fuori dagli schemi o fuori luogo. E nemmeno quello di Pino Suriano!
L'uomo dei Vangeli
di don Marcello Cozzi
C’è un Uomo nei vangeli che da bambino ha respirato la delicatezza con la quale sua mamma e suo papà cercavano di non fargli capire i mille salti mortali che avevano fatto sin dalla sua nascita (il parto avvenuto in una casa di fortuna e poi la fuga in un paese straniero che non era il loro paese, e dove per tutti, loro erano semplicemente forestieri, o meglio, extracomunitari); che da ragazzo non ha avuto difficoltà a comprendere quanta fatica facevano quei genitori per mettergli a tavola una minestra calda, perché al papà le cose non sempre andavano bene e non sempre c’erano clienti nella sua bottega di onesto falegname.
A quell’Uomo, sua mamma e suo papà hanno comunque sempre trasmesso la voglia di andare avanti, di non cadere mai nel vittimismo solo perché erano “persone normali”, di non sentirsi sfortunati solo perché non potevano permettersi ciò che le altre famiglie si permettevano, di essere invece fiero delle proprie radici e di non stancarsi mai di ringraziare il Signore anche se il cielo talvolta era buio e anche se tutto ciò che accadeva intorno poteva togliere speranza. Chissà quante volte quel papà e quella mamma, la sera in preghiera avranno letto al proprio bambino quei passi delle Scritture: “Il Signore è il mio Pastore, non manco di nulla, pur se camminassi in una via oscura”; o anche: “amerai il Signore tuo Dio sopra ogni cosa”.
E quante volte gli avranno raccontato la storia dell’Esodo, gli ebrei che lasciano l’Egitto per la terra promessa guidati da un grande uomo, Mosè, che non era riuscito a far finta di niente dinanzi ad un roveto che ardeva senza consumarsi e che soprattutto non era riuscito a non ascoltare le parole che provenivano da quel roveto, o meglio quella Parola: “Ho osservato la miseria del mio popolo e sono sceso per liberarlo”.
C’è un Uomo nei vangeli che diventando adulto ha costruito la propria vita intorno a poche certezze: l’amore di Dio e per Dio, l’amore per gli uomini e per le donne; e poi quella voce che gli ronzava nelle orecchie senza mai fermarsi: “Ho osservato la miseria del mio popolo e sono sceso per liberarlo”. Questi pochi capisaldi per quell’Uomo sono diventati il filo conduttore della sua esistenza, lo scopo di una vita concepita sempre più come missione e come dono agli altri.
Quell’Uomo si è speso, dunque, perché Dio fosse da tutti conosciuto come Padre, perché gli uomini si riconoscessero come fratelli e sorelle, perché di tutti fossero rispettati i diritti, perché nessun Potere di nessun tipo potesse annullare la loro dignità; perché a tutti fosse chiaro che per Dio essere imparziale non significa essere neutrale dinanzi alle ingiustizie ma significa schierarsi dalla parte dei poveri e degli indifesi, dei deboli e dei fragili, e significa denunciare le ingiustizie senza guardare in faccia a nessuno e senza nascondersi dietro un malinteso concetto di carità.
C’è un Uomo nei vangeli che Incarnando questo Dio ha vissuto essenzialmente per strada perché gli uomini si abituassero ad incontrare anche lì l’Onnipotente e non solo fra le colonne del Tempio, perché imparassero ad ascoltarLo anche nelle pieghe della vita e non solo nelle liturgie; perché imparassero a frequentare tutti e non solo quelli con cui condividevano un’etica e una morale e perché nel rispetto reciproco di culture diverse – che non significa svendere i propri principi – costruissero percorsi comuni per una società più giusta e proiettata nell’Eternità.
Questo progetto e questa sfida alla quale tutti sono chiamati, quell’Uomo lo chiamava Regno di Dio, e veniva prima di ogni altra cosa: “Cercate prima di tutto il Regno di Dio e la sua giustizia”, diceva di continuo; ma il Suo era anche il sogno di un mondo diverso, un sogno che trasmetteva agli uomini con il loro linguaggio, perché Dio potesse essere più comprensibile, meno distante, più dolce, meno freddo, più Padre buono e meno Giudice distaccato.
C’è un Uomo nei vangeli, con la spina dorsale dritta, il cui parlare, “si, si; no, no”, non lo ha mai mandato a dire ma lo ha sempre gridato ad alta voce guardando le persone negli occhi e prendendosi le sue responsabilità pur prevedendone le conseguenze. E quando capitava la sera di restare da solo in preghiera, chissà quante volte avrà preso in mano quel passo delle Scritture che la mamma gli leggeva da bambino, quello che raccontava di un uomo, Caino, che un bel giorno per invidia uccide il fratello, Abele. E chissà quante volte avrà risentito la dolce raccomandazione della mamma: “Mi raccomando, Gesù, ricordati che il Signore dopo aver chiesto conto a Caino (Dov’è tuo fratello?), a noi dice che però nessuno lo deve toccare. Qualunque crimine abbia commesso; di qualunque delitto si sia macchiato. Non dimenticarlo mai!”. E chissà quante volte Gesù avrà pregato per tutti i Caino del mondo perché il Signore li aiuti a chiedere perdono ad Abele, perché li aiuti a dire dove lo hanno occultato ma anche perché le nostre società moraliste non si stanchino mai di attendere il ritorno di Caino.
A Pino che mi scrive, e che per questo sinceramente ringrazio, a quanti leggono con sospetto questo impegno per la difesa della dignità umana e ai tanti compagni di strada che condividono con fatica questi percorsi, confesso con umiltà che – nonostante i miei innumerevoli limiti e le mie tante contraddizioni – non conosco altro linguaggio se non quello dell’Uomo dei Vangeli.

Made in ecclesia
di Anna G. Rivelli
GESÙ Cristo non ha mai detto nulla di cristiano. Non poteva: il cristianesimo nasceva con lui. Gesù Cristo ha agito da Cristo e ha reso “cristiano” il buon operare a favore dei più deboli. Rimproverare a Don Marcello Cozzi un cristianesimo fatto di agire più che di parlare è per ciò stesso una cosa assurda; peggio ancora è attribuirgli colpa di diventare per il suo operato pietra di paragone scomoda per altri rappresentanti della Sacra Romana Chiesa. In pratica è come rimproverare alla montagna di ergersi più in su della collina e di guardare troppo dall'alto la pianura.
Il “made in Ecclesia”, con cui il signor Suriano vorrebbe siglare in esclusiva il positivo operare degli uomini, non è una griffe, ma un
marchio contraffatto se il ben parlare non è accompagnato dal buon agire e se serve ad essere esibito più che interiorizzato. In sostanza il signor Pino Suriano – autore dell'articolo “Don Cozzi dica qualcosa di cristiano” apparso su Il Quotidiano dell'11 maggio scorso - ha proprio esagerato, anche perché la sua fervida salvaguardia del “Fatto cristiano” ha dato origine a parole irrispettose, se non addirittura offensive, nei confronti di quanti si impegnano nella promozione di valori morali e sociali col solo fine di costruire una società migliore. Pur senza volergliene (a volte -e speriamo sia solo per questo- si diventa estremisti per eccessivo zelo), è necessario sottolineare che qualcosa di cristiano Don Cozzi dovrebbe veramente dirla a lui, almeno per fargli comprendere che esprimere giudizi sommari e processare quanti condividono comunque valori universali (benché inquadrati da un diverso punto di vista) non è esattamente ciò che insegnano i Vangeli. Insinuare che “i buoni amici e sostenitori” di Don Marcello sono “senza un…autentico fondamento della moralità e della giustizia” , attribuire loro sentimenti di giustizialismo, di vendetta, di rancore e di odio è l'espressione di quella superbia religiosa che è invisa agli uomini e a Dio stesso e che rende alla Chiesa (spesso buon paravento di tanti sepolcri imbiancati) la peggiore propaganda possibile. Il disprezzo per la “Casa” dei cristiani, d'altronde, quando c'è passa per ben altre vie che evitiamo qui di ricordare nella loro drammaticità e di descrivere in quella verità che - dispiace doverlo rammentare - è proprio uno dei valori che Gesù Cristo incarna (“Io sono la via, la verità, la vita”) e che la Chiesa dovrebbe salvaguardare sempre, anche quando è più comodo e prudente andare a braccetto del potere e ispirarsi alle teorie del perdono per le “mele marce” per mettere la coscienza a posto imbastendo predicozzi. A valutare con lo stesso metro, dovremmo dire che Gesù Cristo è stato un gran rompiscatole e che ha lasciato “scritti” assai più copiosi di quanto mai potrà fare Don Marcello; evitiamo di ricordare che alla fine è stato messo a morte dai potenti e benpensanti e che i suoi “buoni amici e sostenitori” sono stati perseguitati. Evitiamo di dirlo, tanto se lo ricordano pure i non credenti.

Grillo, democrazia e Suriano
brano da un articolo di Tommaso Marcantonio
[...] A dimostrazione che la saggezza non si compra né si prende a prestito, per grave sicumera si presume anche di bacchettare don Marcello Cozzi perché “Sia più prete nel dire qualcosa di cristiano” , insinuando di non dover essere graffiante contro i delitti insorgenti in Basilicata per mafia, corruzione, inciuci di magistrati e imprenditori. Così il prete coraggio dovrebbe smettere di pungolare e richiamar tutti a una maggiore responsabilità e discettare solo del Vangelo come fatto storico (stile geovista) senza sollecitare un'aderenza provocatoria ai crismi della coerenza. Lode a una applicazione di eresia granguignolesca [...]

L'illusione di un cristianesimo disincantato
di Franco Devincenzis
La lettera di Pino Suriano a don Cozzi, affinché “dica qualcosa di cristiano”, suscita una riflessione che va al di là della mera contingenza, al di là della presentazione di un libro che documenta l’infiltrazione della mafia in Lucania ai livelli più alti del potere, al di là delle sale gremite di giovani e meno giovani che ascoltano silenti e commossi le parole di
don Marcello. Le frasi accorate di Suriano sollecitano un dibattito generale sull’essere cristiani qui ed ora, in questo tempo e in questo spazio, come insegna la dottrina sociale della Chiesa
SUL versante ecclesiale si lamenta spesso il calo delle presenze a Messa, la crisi delle vocazioni, l’incoerenza morale dei credenti, disposti a seguire la Chiesa ma non la sua morale della persona, soprattutto quella sessuale. Indagini sociologiche hanno dimostrato che, tra i credenti praticanti, le posizioni su tale materia sono le più disparate: si va dalla morale fai da te, all’etica della responsabilità, passando attraverso tutta una serie di distinguo che danno l’idea di una Chiesa ufficiale sempre più distante dalla prassi dei suoi fedeli. Qual è il rischio che corre la gerarchia nel sostenere un Cristianesimo “monastico” nel tempo del “nichilismo”? Il rischio più grande è quello di perdere per strada migliaia e migliaia di persone di buona volontà che vorrebbero una Chiesa più presente sul territorio, più pronta nella testimonianza della verità, più disinteressata alle logiche di potere, al denaro pubblico, alle carriere accademicoecclesiastiche, alla tutela degli affiliati ecc… Le persone di buona volontà esigono coerenza e testimonianza, pretendono un cristianesimo incarnato nella vita di tutti i giorni, che si faccia promotore dell’umano in quanto umano, che denunci all’occorrenza il malaffare, le pratiche clientelari, le ipocrisie di un potere esercitato solo per accumulare altro potere e non per servire i fratelli in difficoltà. Che ce ne facciamo di un cristianesimo che utilizza ogni mezzo, ogni compromesso, per seguire ideali disincarnati tutt’altro che cristiani! Che ce ne facciamo di un cristianesimo che si trasforma in S.p.a. o in s.r.l. per intercettare denaro pubblico (finanziamenti europei e statali) al fine di alimentare le proprie strutture pseudo-educative e favorire l’ascesa dei propri appartenenti dalla culla alla tomba (risurrezione compresa)?
Diceva l’arcivescovo anglicano di Canterbury, William Temple, la Chiesa è l’unica associazione che cura gli interessi dei non affiliati, che si occupa del mondo tout court, così com’è e non come vorremmo che fosse. Le ferite di un mondo fatto di peccatori non possono essere sanate con un taglio netto, lasciando che parte del mondo vada in putrefazione e un’altra parte (una minoranza di iniziati) goda dei benefici del Regno. Questa logica appartiene all’Antico Testamento o alle sette gnostiche. La Chiesa si deve far carico dei problemi di tutti: delle donne avviate con la forza alla prostituzione, degli immigrati costretti a vivere in clandestinità, dei diseredati e degli oppressi a causa di una giustizia “ingiusta”, dei disabili psico-fisici, di coloro che sono costretti a pagare il pizzo alle mafie o interessi stratosferici agli usurai, ecc… E cosa fa don Cozzi? Certo, quando un prete esce fuori dal suo comodo recinto
parrocchiale, dalla routine sacramentale, trova nuovi compagni di viaggio, magari non cristiani, semplici persone di buona volontà pronte a condividere un percorso, a cui nessuno ha il diritto di chiedere lumi sulla propria fede o la propria appartenenza politica. Che male c’è se un comunista come Forgione, un “montanelliano” come Travaglio, o, a livello locale, un ciellino come Piccenna o Grilli, decidono di fare un percorso comune per difendere la legalità in nome della giustizia, laddove viene palesemente negata!? E poi, la differenza tra Travaglio, Grillo e Libera di don Ciotti e don Cozzi è sostanziale. Mentre Travaglio denuncia il malaffare perché “non conviene economicamente ai cittadini essere governati da chi ruba” (trasmissione Che tempo che fa ? del 10 Maggio scorso), mentre Grillo attacca da par suo i corrotti, con un misto di comicità e scurrilità che fanno parte del personaggio, preconizzando con ottimismo l’imminenza della catastrofe, Libera, dal 1993, è radicata nella società a tutti i livelli per costruire una cultura
di legalità e di giustizia. Promuove seminari di formazione per trasformare la cultura della connivenza attiva e passiva col potere criminale in una cultura del bene comune e del senso civico. Favorisce la nascita di cooperative che operano sui beni confiscati alle mafie per testimoniare che dalla morte può nascere una nuova vita. E cosa c’è di più cristianodella rinascita di un territorio sottomesso per decenni alle cosche più sanguinarie che finalmente si riscatta per dare speranza alle nuove generazioni? Non sono forse veri testimoni cristiani don Peppino Diana e don Pino Puglisi, vittime di quella ferocia mafiosa che hanno deciso di combattere a viso aperto? Attenzione a non far passare per Cristianesimo una sorta di galateo delle buone maniere che, per non urtare i potenti, si rintana nelle sagrestie e predica l’avvento remoto di un regno invisibile. Questo sì che sarebbe, come dice Freud, l’avvenire di un’illusione, un cristianesimo che illude l’uomo e lo rassicura nel tempo presente, una panacea per le proprie nevrosi. Ma Cristo si è incarnato per fungere da farmaco antidepressivo, o per soccorrere gli ultimi e inaugurare nella storia un Regno di giustizia e di pace al quale ciascuno di noi deve collaborare nel suo piccolo?

martedì 13 maggio 2008

Semplicemente da ignorare!

Perchè non conviene accanirsi contro Marco Travaglio


Chiudiamo gli occhi per un istante e immaginiamo questi titoli. “Travaglio come Enzo Biagi e Santoro”. “Rai: la censura colpisce ancora”. “Berlusconi caccia Travaglio dalla televisione”. O addirittura, su qualche giornale “amico”: “Vittima del regime”; “Il prezzo del coraggio” e cose del genere.
Ora apriamo gli occhi e rispondiamo a una domanda: a Travaglio dispiacerebbe davvero un simile scenario? Si dispererebbe per l’onta di una pubblica censura? Io credo proprio di no! Anzi, per il suo orizzonte di valori, ma soprattutto per l’immagine pubblica costruita negli anni, Travaglio vale molto più da perseguitato che da megafono. O meglio, da perseguitato la sua voce pubblica si amplifica a non finire. Immaginiamo ancora: al prossimo V day ci va da vittima, da “personaggio storico", quasi da martire. Capite che pacchia per lui? Ci guadagna in fama, visibilità e probabilmente anche in soldi (vantaggi editoriali che si triplicano in Italia e all’estero perché a scrivere non è più l’Accusatore ma la Vittima).
Dai, non raccontiamoci storie! In televisione c’era già stato più di una volta, anche di recente. Ma per arrivare a provocazioni così forti cosa ha aspettato? Ha aspettato che i suoi nemici più ostili salissero al governo, e che al desiderio di sbatterlo fuori si aggiungesse anche il potere di farlo. Neppure dieci giorni dagli incarichi e lui lancia la bomba: “Il Presidente del Senato è come la muffa, anzi peggio” (qui il video se avete tempo da perdere). E loro che fanno? Urlano, denunciano, minacciano, sostenuti anche dagli “amici-ombra” del Pd. Non sarebbe più intelligente lasciarlo perdere? Neppure una reazione indignata o una replica. Assolutamente nessuna censura! Non perché non la meriti, semplicemente perché la sta cercando.

lunedì 12 maggio 2008

Don Cozzi, dica qualcosa di cristiano

Lettera aperta a don Marcello Cozzi, presidente di Basilicata Libera
Propongo qui la lettera che ho scritto a don Marcello Cozzi, presidente dell'associazione Libera Basilicata contro le mafie, pubblicata in prima pagina sul Quotidiano della Basilicata. Il tono ironico del mio scritto non lasci intendere un impeto dispregiativo o di polemica inutile. L'intento reale è quello del dialogo, quanto più rispettoso. In fondo, è pur sempre un prete!

Caro don Cozzi,
premetto subito che sono un semplice credente, senza incarichi religiosi e istituzionali. E che la presente è mossa unicamente da un sincero desiderio di chiarezza e comprensione. Non sono, inoltre, un mafioso lucano e non ho parenti o amici coinvolti nelle Sue “pubbliche indagini”. Non ho, insomma, interessi personali in gioco.

Ho letto da più parti, sui giornali e su internet, i resoconti del Suo trionfante incontro di presentazione del libro sulla mafia in Basilicata. Ho letto di teatri stracolmi in nome di una rinvigorita “società civile”, che dalla mafia lucana si sentirebbe oppressa. Per carità, è cosa buona e giusta. Ma sempre più, osservando i commenti e gli slogan di questi eventi, mi convinco che tutto ciò non produca effetti riconducibili a un metodo di presenza cristiana.
Ne è prova evidente il fatto che le Sue battaglie sono facilmente sostenute anche da quanti non solo non sono credenti (cosa più che legittima), ma spesso non rispettano e talvolta combattono il modo di essere “presenza” della Chiesa. Tanti che la considerano “ingerente” quando propone un’ipotesi universale sull’orizzonte della vita umana (cosiddette questioni etiche e antropologiche) e poi sono prontissimi ad applaudire i preti della “verità” e del coraggio, solo perché impegnati per ideali coerenti con i propri. Insomma, pronti ad abbracciare la Chiesa solo quando fa il loro gioco.
Perciò Le chiedo, con sincero rispetto per questa Sua battaglia dall’indubbia moralità:
- E’ proprio necessario che, anche per effetto del Suo impegno, la presenza della Chiesa possa essere equivocata e ridotta a sola dottrina morale o giustizialista?
-
E’ possibile che il suo essere prete e testimone della Chiesa non possa produrre l’espressione di un metodo autentico, unico, chiamiamolo pure “integrale”. Nel quale, cioè, si possa distinguere con chiarezza (le farei leggere certi commenti…) tra uomini per cui la giustizia, e spesso la vendetta, sono un fine, e altri per cui sono il mezzo per testimoniare Altro, magari proprio ciò che le fonda?
- E’ proprio necessario, insomma, permettere questa confusione?

Caro don Cozzi,

- glielo chiedo perché tutti i giorni provo a battermi proprio contro quelli che considerano il Fatto cristiano superfluo, in fondo inutile per poter essere “buoni” e “giusti”. La pensa proprio così, don Marcello, la stragrande maggioranza dei suoi nuovi “compagni di viaggio”!
- glielo chiedo perché le Sue gesta fanno dire ad alcuni Suoi sostenitori che gli altri preti sarebbero dei codardi, dei novelli don Abbondio ridotti a fare “solo gli interessi della ditta” (e quella ditta sarebbe la Sua Chiesa), solo perché non scrivono libri sulla mafia e non hanno il coraggio di affermare le cosiddette “verità”;
- glielo chiedo perché quasi tutti, ammirandoLa, dicono “bravo quel prete, altro che la Chiesa”.. e molto più raramente dicono “bella la Chiesa, se produce uomini così…”. Non ci crede?
- glielo chiedo perché nessun cristiano accetterebbe per sé le lodi di chi disprezza la sua “Casa”.
- glielo chiedo (ed è questa la ragione più profonda e sintetica di tutte la altre), perché le Sue battaglie fomentano sì passione per la giustizia e la legalità, ma forse anche tanto rancore e odio verso queste vere o presunte “mele marce” della società lucana. Mi corregga se non è vero, ma questo non è cristiano!!!
Prendo spunto da un famoso slogan di Nanni Moretti per rivolgerLe, dopo queste sincere domande, anche un simpatico invito. “Don Cozzi, dica qualcosa di cristiano”. Qualcosa che non sappiano dire un Marco Travaglio o un Beppe Grillo qualsiasi, qualcosa che non si possa trovare in un articolo di Micromega o in una citazione di Norberto Bobbio. La prego, dica qualcosa di cristiano!
Non qualcosa di bigotto, che abbia la solfa di altari e sagrestie. Ma qualcosa che esprima un modo di essere che solo l’adesione al Fatto cristiano (conversione) può produrre. Dica, per esempio, che senza un dio (e cioè senza un autentico fondamento della moralità e della giustizia) tutti questi suoi buoni amici e sostenitori non vanno da nessuna parte!! In fondo Le chiedo di fare solo quello che sta provando a fare, senza timori di critiche e sin dalla predica della “Pro Eligendo”, il nostro papa Benedetto. Lo dica in pubblico e nei teatri, non solo sull’altare, a costo che i suoi fans siano meno propensi ad applaudirla. Lo dica in pubblico, perché capiscano che la sua opera non è staccata dal suo ideale. Certo della buona fede che caratterizza il Suo impegno (lo dico sinceramente!), La invito solo a osservarne con più attenzione gli effetti. Chiedo troppo?

Cosa c'è di peggio di uno scudetto regalato alla Roma...

La mia pazza pazza Inter

Non ci credo… Questa volta avevo fatto l’ipotesi positiva. E invece no!! L’Inter continua a fare l’Inter… E ieri mi ha mangiato quel po’ di fegato che mi restava ancora!. Comunque io sono abituato, perché ho vissuto il Peggio… Cosa c’è di peggio che regalare uno scudetto già vinto alla Roma all’ultima giornata? Solo una cosa: regalarlo alla Juve. Io, il 5 maggio 2002, mi trovavo all’Olimpico di Roma. Per questo domenica soffrirò di meno di tanti "compagni" interisti. Anzi, adirittura domenica prossima sarò a Milano per fare altro. Purtroppo o per fortuna???

Perchè Grillo va sfidato e non scacciato

Le urla del Grillo e il "petto in fuori" del Marcantonio
Pubblico di seguito la mia replica a un articolo di Tommaso Marcantonio, apparso di recente sul Quotidiano della Basilicata, in cui l'articolista affermava, tra le altre cose, che contro Grillo avrebbero dovuto adoperarsi addirittura le Procure.

L’articolo di Tommaso Marcantonio su “Grillismo e Democrazia”, pubblicato di recente sul Quotidiano, è riuscito nell’ardua impresa di farmi fare ciò che mai avrei immaginato: difendere Beppe Grillo! Sia chiaro. Approvo poco o nulla del nuovo guru della vaffa-politica italiana. Non approvo il suo bieco moralismo, sempre da “vittima e mai da carnefice” (Eugenio Scalfari dixit). Non approvo il ghigno beffardo di tanti suoi amici (in primis Marco Travaglio), che godono nello scovare i “furbi” del sistema più che nel riconoscere ciò che va bene e valorizzarlo. Non approvo il falso sentimento di protagonismo che pervade i suoi giovani supporters all’urlo di banalissimi slogan. Non approvo la sua sventolata idea di democrazia della rete e dei blog, in cui, al contrario, sta imponendosi un sempre più “facilistico” Pensiero Unico (anche un viaggio nella “giovane” blogosfera lucana confermerà questa tendenza omologante, pur con qualche eccezione). E, soprattutto, non approvo il suo metodo di aggregazione popolare, poggiato su impeti emozionali e, alla lunga, poco costruttivi. Non approvo tutto questo, ma ancor meno posso approvare chi, come Tommaso Marcantonio, vorrebbe metterlo fuori gioco con una “sana” e rapida epurazione giustizialista, solo perché urla parolacce contro il Presidente della Repubblica o contro l’illustre oncologo Umberto Veronesi. E vorrebbe fare lo stesso con Bossi che oltraggia il tricolore e con Santoro che non censura lo stesso Grillo. “Che si adoperino le Procure della Repubblica - sono parole del suo articolo - per arrestare Beppe Grillo”… Non conosco l’età del signor Marcantonio. Ma credo (e lo dico con sincero rispetto) che i suoi anni non siano pochi, perchè dalle sue parole emerge un concetto antico del valore del Presidente e della Costituzione. Forse quello originario, che per forza di cose queste istituzioni dovettero avere nell’immediato dopoguerra, quando si auto-giustificavano per il solo fatto di opporsi a un eventuale nuovo fascismo che nessuno, a quel tempo, aveva l’ardire di considerare sepolto. Marcantonio parla di una Costituzione per natura intoccabile, di un Presidente della repubblica sacro, quasi ingiudicabile per quello che fa, ma solo per quello che è e rappresenta. Ripeto, cinquanta anni fa era giusto che fosse così. Oggi, però, il fascismo è lontano. E quelle istituzioni a lui (e a me) tanto care, devono saper dare ragione della loro esistenza e del loro agire. Devono comunicare un significato reale alle nuove generazioni. Solo così potranno essere amate e difese. Mi spiego meglio. Se Beppe Grillo (o chiunque altro) parla male del Presidente della Repubblica, ai giovani interessa capire se è vero o no quello che dice, e non se è giusto o sbagliato parlare male del Presidente. Ancor più se parla male di Umberto Veronesi, che sarà pure un bravo e illustre oncologo, ma non è Presidente e ha anche una chiara, e per me discutibilissima, idea dell’etica e della scienza. E perché non dovremmo essere liberi di criticarlo, anche con qualche “sana” parolaccia? Solo perché onora l’Italia oltre confine? Tanto piacere! Noi giovani siamo stanchi di tanta retorica istituzionale, formale e senza senso. Di valori che si autogiustificano sulla base di un passato che non è più un presente vissuto. Non ci servono tricolori sventolati e manifestazioni per la patria, se non quando si mostrino utili alla realtà concreta, alla nostra esperienza e ai nostri bisogni. Sarebbe meglio, al contrario, spiegare il valore storico del tricolore e della guerra che lo ha portato (se non proprio imposto) prima di difenderlo “a priori”. Scopriremmo, forse, che Garibaldi e Cavour non sono gli eroi sacri che ancora ci fanno studiare a scuola. Nelle scuole e nelle università (sono gli ambienti di cui faccio esperienza quotidiana) c’è sempre più stanchezza per le monotone giornate della Memoria di questo o di quello, per i ricordi istituzionali, per tutti quei simboli sempre più vuoti che ancora ci mettono davanti. C’è voglia di discutere della realtà e del presente, di capire ciò che è realmente significativo e ciò che non lo è

Foto reperita sul sito www.ilquotidiano.it

martedì 29 aprile 2008

Piperno, Anna e l'istinto umano

Quando l’istinto "ragiona" più della ragione

Alessandro Piperno è uno scrittore di successo, editorialista del Corriere.
Anna ha 15 anni e studia in un liceo pedagogico del sud Italia.
Piperno, commentando i fatti di Gravina, ha scritto:

“Di questi tempi si fa un gran parlare di Vita. Con la «V» doverosamente maiuscola. Di amore per la Vita. Ebbene io mi chiedo: che cosa ha fatto la vita per meritare da noi tutto questo rispetto? Esiste una sola traccia in questo mondo che dimostri che vale la pena di esserci, respirare, alzarsi ogni mattina? Chissà che uno non possa .. affermare con Thomas Bernhardt che «generare è un crimine»? […] Non ho risposte. Nessuno le ha. È semplicemente stupido averle. Non è che un punto di vista, Ma che a me sembra dettato da truce empirismo. Eppure ci sta che due fratelli giochino. Ci sta che uno dei due caschi in una buca profondissima. E che l'altro, per una toccante fraterna solidarietà, gli vada dietro, inconsapevole (pensate al panico, alla giovane età!) della morte cui sta condannando entrambi. Ci sta che il primo dopo poche ore muoia e che l'altro per un paio di giorni ne vegli il cadavere. Per poi morire a sua volta per le immani privazioni e per la paura. Sì, ci sta. Non per forza deve esserci un uomo nero dietro. Non per forza tutto questo deve avere un senso”.

Ho letto in classe queste parole. E Anna ha avuto come un sussulto nel sentirle. Un sussulto istintivo, ma di quell’istintivo che è anche ragionevole:
Ehi! Ma come si può arrivare a dire una cosa del genere?”
Non so se mi aspettavo una reazione così forte, ma in fondo la desideravo. E ho detto: “Anna, se tra 50 anni, quando sarai diversissima da come sei ora, qualcuno ti chiederà cosa è l’umano, ricordati di oggi. Ricordati di questo piccolo sussulto che hai avuto per istinto. Ricordati l’umanità di questo eh!! Perché l’umano è proprio questa reazione al non senso, al nulla di cui questo parla con empiristica (ma in fondo falsa) neutralità. Perchè l’aspetto più istintivo e ragionevole che abbiamo (l’amore per noi stessi e per la vita) non può essere ridotto e annullato per un puro ragionamento logico o, come dice lui, “empiristico”. Tutto questo è violento”. Ebbene, a questa violenza hanno aperto le pagine del Corriere della Sera. Perché tanto “è solo un’opinione”…
Amici lettori, rileggete qui tutto l’articolo, ditemi come vi sentite nel leggerlo e rispondete a questa domanda: è più “ragionevole” l’Istinto di Anna o la Ragione” di Piperno?

venerdì 28 marzo 2008

Sponsorizzazioni...

Blog "naturalmente" Amici

Sui link del mio blog c’è scritto “Siti Amici… e nemici”. Non li ho ancora separati, ma presto lo farò. Intanto voglio fare da sponsor a due blog che per “diritto naturale” entrerebbero tra quelli “amici”: L'Ecista e Don Cenz. Sì, diritto naturale, perché entrambi “nascono” in rapporto diretto con l’esperienza del mio blog (quasi ispirati dal mio tentativo) ed entrambi sono animati da un “progetto” comune al mio: comunicare sé, mettere in gioco seriamente la propria esperienza, dialogare partendo dalla vita.
Non siamo qui, essenzialmente, per esprimere opinioni idealistiche, ma per raccontare e giudicare fatti. Non siamo in rete per dialogare “tanto per” o per puro “esercizio di democrazia e rispetto”, ma per capire come stanno le cose (e per questo serve anche il dialogo). Insomma, siamo in rete per “pro-vocare” e “pro-vocarci”. Anche disposti a cambiare idea.
Tre modi diversi, tre stili diversi, ma un’unica passione di fondo ci unisce. Ridire ciò che di buono e bello c’è nel mondo, di brutto e deleterio. Insomma, siamo qui per la verità: quella sua parte che abbiamo già scoperto, e quella ancora mancante, ma che tanto ci attrae.
Intanto pinosuriano non è più solo. Se poi il Glabro si decide a tornare… siamo proprio una bella squadra.

P.S. Un appunto positivo anche a questo blog: Alla Sc'rdun. Che non ha una “natura” troppo diversa. Anche perché, tra i promotori, c’è un “amico amico”. Lo confesso, l’idea all’inizio mi era sembrata scontata. Ma l’Azzarigno’s team l’ha declinata in maniera originale e vincente. Guardatelo: è ricco di sorprese quasi ogni giorno.

Morto di lavoro...

Quel posto fisso che vale più di ogni cosa

Luigi Rocca aveva 39 anni e due figli. Passerà alla storia come una particolarissima vittima del mondo del lavoro. Sì, è morto per il lavoro l’11 marzo scorso. Quel lavoro che aveva tenuto stretto e poi perso. Quel lavoro che aveva identificato come ultima misura di sé, come ciò che definiva il suo valore, la sua vita. “Con il lavoro ho perso anche la mia dignità” ha scritto alla moglie, su un biglietto, prima di uccidersi. Un lavoro perso che è valso più di due figli.
Ora tutti dicono che la colpa è del precariato, che è di chi non lo ha fatto lavorare, o della sua psiche labile. E se la colpa, anzitutto, fosse di una mentalità che continua a insinuare: “Non sei uomo se non lavori, se non ti realizzi, se rimani un Nessuno”? Lo fa perennemente, già quando prendiamo il latte dalla mamma. Lo fa in tanti modi: quando osanna in Tv chi “è arrivato” (ma dove?), quando un prof ci dice a scuola “se non studi non arrivi da nessuna parte”, quando lo zio macellaio si vanta dell’ennesima casa comprata, o il povero neo-laureato dell’ennesimo contratto a progetto. Per chi non può (o non vuole) capire, consiglio il film Il Posto, di Ermanno Olmi: un uomo che spende la vita per un posto.. e poi? Certe storie, anche immaginarie, dicono più di tanti stupidi commenti concreti. Il lavoro è importante, importantissimo. Ma non è tutto, non è il tutto della vita...

venerdì 14 marzo 2008

E se ci fosse un bene comune?

Parti, partiti, valori e potere. Le strane somiglianze della “politica” italiana

di PINO SURIANO

Parlare a scuola di democrazia (quella dell’Antica Grecia) è sempre un’occasione! Una possibilità eccezionale per rilanciare l’ipotesi di un bene comune, per tutti. La politica di questi giorni, però, non aiuta per nulla.
Infatti, parlando dei primi semi della democrazia, faccio cenno alla necessità di tendere a un bene comune, non più individualistico o particolare: è l’intuizione, forse un po’ ristretta ma per quei tempi rivoluzionaria, degli Aristoi (i Migliori) della Grecia Antica.
Poi mi guardo intorno e scopro che Sinistra Arcobaleno e Lega scelgono di difendere “una parte”, chi una categoria di reddito, chi un territorio. E che cambia? Si tratta, sempre e comunque, di una difesa di interessi.
Inoltre, se c’è chi sceglie una parte, c’è anche chi sceglie un “parti-colare” (che è in fondo la stessa cosa). E’ il caso di “Giulianone” Ferrara. Nulla da obiettare (personalmente) sui suoi intenti. Ma non bastano. Anche i peggiori ambientalisti bloccano il paese per un fine buono: salvare l’ambiente!!! Che differenza c’è? Se gli aristoi si fossero uniti per risolvere singole beghe la democrazia sarebbe durata un giorno, giusto il tempo, appunto, per risolverle (sulla questione leggete anche il Rais).
Italia dei Valori e Udc. Per loro tutto è fondato sui valori. Quelli della storia cristiana per i centristi, quelli della ragione universale per Tonino & company. E così, quelli dell’Udc non sono più “cattolici in politica”, ma “difensori dei valori cattolici”. E quelli di Di Pietro non sono “giustizialisti” o addirittura “giudici in politica”, ma difensori dei valori di “giustizia e legalità”. E che differenza c’è? Sempre valori buoni sono! E se fossero valori “di parte”? Utili a ingraziarsi “una parte” di elettorato?
E poi ci sono loro, i Grandi Partiti (mi raccomando la maiuscola)! Ho appena finito di dire che nella vita ci vuole chiarezza. Ho parlato di un uso sbagliato della “retorica”: ho detto che quando si parla si deve dire ciò che si pensa veramente e non solo ciò che fa piacere a chi ti ascolta (elettori o alleati). Che è meglio “pochi ma buoni” che “molti e a casaccio”… Che la gente si unisce perché condivide qualcosa e non perché “l’Unione fa la forza” ed è fesso chi non si unisce. I miei alunni accendono la Tv e c’è tutto il contrario: Pdl e Pd. Due contenitori senza idee, in cui si sta insieme solo per essere più potenti. E pazienza se non si è più sé stessi (si scrive con l’accento).
Strane somiglianze eh? Chissà che nel futuro non possa accadere qualche “convergenza impossibile”. Che poi (vedi il tandem Pd-Pdl), non è proprio utopica.
Alla fine delle lezioni sono quasi sconfortato. Parlo, forse, di un mondo che non c’è più. Eppure ci spero ancora. E’ ancora possibile essere appassionati al bene comune, di tutti? E’ ancora possibile chiedere alla politica di inseguirlo, almeno di ipotizzarlo? Fuori da logiche di parte, di particolari e di potere?
C’è ancora qualcuno che ama il popolo? Tutto intero? Qualcuna delle mie alunne sussurra: “io sì”. Sarà forse un sì incosciente. Ma speranza significa anche questo! Io parto da qui per votare.

domenica 24 febbraio 2008

Perchè non amo il falso dialogo

Una risposta ad Artarie delusa da me
Chiarisco meglio quello che emerge dal post precedente. E anche le ragioni di fondo per cui ho deciso di postarlo. Me ne offre l’occasione un commento (dispiaciuto) di Rosa, delusa a sua volta per il mio commento a un post di Bolognetti che trovate qui.
Rosa mi scrive: “Ho risposto a un tuo commento, che non ho capito, su Lucania di Bolognetti. Ma perché, se ci sono persone che condividono la stessa sete di verità, si deve essere tanto diffidenti? Bisognerebbe cercare di costruire e non di distruggere. La provocazione può essere uno stimolo e sono d'accordo. Ma a volte, se fine a sé stessa, la provocazione esaspera atteggiamenti e rompe possibili dialoghi.E il dialogo oggi è ciò che più ci serve”.

Questa la risposta che le ho inviato:
Ti ringrazio per l’immediata reazione al mio commento: sei rimasta perplessa senza diventare subito ostile. E’ un piccolo segno di fiducia che mi ha colpito. Mi scrivi che in alcuni miei commenti hai trovato “solo astio gratuito”. Ma poi aggiungi questa bellissima domanda: “Ma perché, se ci sono persone che condividono la stessa sete di verità, si deve essere tanto diffidenti”.
Innanzitutto grazie!! Vedo che hai intuito la mia sete per questa benedetta verità. Ma ti correggo subito su un particolare decisivo. Io e Bolognetti non abbiamo la stessa idea di verità, di giustizia e di società. Anzi, è totalmente diverso l’atteggiamento (attenta alla parola) con cui tentiamo di inseguirla. Così come è diverso il metodo, la strada… In che senso?
1. Lui sembra partire da un odio di fondo per gli ingiusti e i colpevoli, io da una passione per me e per gli altri.
2. Lui si muove additando i malvagi del sistema con un malcelato gusto accusatorio, io insegnando un occhio positivo su sé e sugli altri,.
3. Io accuso qualcuno soffrendo per il male che ha fatto… lui godendo per il gusto di poterlo accusare…
4. ERGO… lui manderà anche in galera qualche criminale, ma non cambierà il cuore (e l’habitus) di quei ragazzi, desiderosi di bene, che incontro nelle scuole… Non darà alcuna speranza nuova a chi davvero desidera una società diversa, più umana e autentica.
Nei toni, nelle parole e nell’ansia (per me infelice) di Bolognetti, si legge tutto questo dramma.
Perciò, in fondo, non è un problema di diffidenza. E’ un problema di atteggiamento. La storia dirà ancora (perché lo ha già detto tante volte) quale è quello veramente “costruttivo”.
Anch’io amo il dialogo Rosa, ma non quando serve ad annullare i dati di fatto o avallare gli errori di chi costruisce distruggendo. Come vedi con te voglio dialogare eccome!! E non solo con te.
Post Scriptum: Naturalmente Bolognetti, che non è e non voglio rendere mio nemico personale, è solo uno dei tanti. Non è migliore o peggiore di tanti altri... ma è l'espressione di una mentalità che continua a diffondersi, sotto l'etichetta della passione per la giustizia.

Bolognetti vs Digiovanpaolo? Ho un motivo per tifare Alfredo!

A lezione di Etica dal prof. Bolognetti. Un fatto del 2004
Racconto un fatto di qualche anno fa. Mi è tornato in mente dopo il caso di Alfredo Digiovanpaolo, che nei giorni scorsi si è scagliato contro l’idea ( per me sbagliata) di informazione di Maurizio Bolognetti, segretario dei Radicali Lucani. Questa è la versione di Alfredo, questa è quella di Bolognetti… Non lo racconto per partigianeria o gusto accusatorio (non conosco Alfredo), ma per rilanciare la discussione su un’idea sbagliata di trasparenza e verità. E soprattutto su un modo sbagliato di sventolare le Leggi e i diritti (alzando la voce).

Estate 2004: raccolta firme per il referendum sulla fecondazione assistita. Bolognetti porta uno stand alla sagra dell’albicocca del mio paese, quasi all’uscita dalla Chiesa. Il parroco non la prende bene ed esprime, in merito, un parere. Io, che non sempre faccio le cose per bene, questa volta (e meno male) decido di fare le cose per bene. E infatti mi procuro il numero di questo Maurizio Bolognetti e gli chiedo una dichiarazione sulla vicenda. Lui parte in quinta, mi tiene al telefono un’ora e 15 minuti (non esagero) con storie di streghe bruciate dalla Chiesa, Giordano Bruno, papi del medioevo, talebani, etc. Io annuisco e lo saluto cortesemente, chiudo il telefono e comincio a scrivere quello che mi ha detto sul caso dello stand.
Viene fuori l’articolo che trovate ancora qui sul sito dei Radicali sotto il commento del Nostro. Riporto le dichiarazioni del parroco e di Bolognetti, a cui concedo (come è giusto) il privilegio dell’ultima parola. L’indomani il pezzo viene pubblicato. Ma già alle 10 mi arriva una telefonata a casa: è una lezione sull’etica della comunicazione del Chiarissimo Prof. Maurizio Bolognetti. Io, che ho poco più di 20 anni, ascolto ammutolito. Lo confesso: mi sento intimorito anche se non ho fatto nulla in cattiva fede. Il motivo è semplice: lui alza la voce e fa riferimento minaccioso a leggi e morali che non avrei rispettato.
Questa l’accusa: “troppo spazio al prete, troppo poco a me, dopo che mi hai tenuto (io???) un’ora al telefono”…
Questo l’ordine: “domani voglio uno spazio che mi garantisca la stessa possibilità di espressione di quel prete”…
Questa la minaccia finale: “altrimenti mi rivolgo alle autorità competenti”..
Io, che sono alle prime armi nel giornalismo e a stento so quali siano le autorità competenti, rimango zitto ad aspettare. E comincio a temere, nel pomeriggio, la chiamata di rimprovero del direttore o di qualcuno della redazione. Quella chiamata non arriva. E allora mi faccio forza e chiamo in redazione, quasi premuroso di scusarmi per aver causato problemi. E qui la sorpresa. Perché dall’altra parte mi rispondono con una risata rilassata e dicono qualcosa del genere: “Bolognetti?? Ma stai scherzando??? Non ti preoccupare proprio… Fa così da sempre… E’ normale… Rettificare il tuo articolo?? Ma scherzi??? Stai tranquillo proprio e sentiti libero di fare il tuo lavoro… Se dessimo peso a queste cose non potremmo mica lavorare…”.
Il giorno dopo il suo papiro viene pubblicato senza troppa enfasi nella rubrica delle lettere (come quelle di tutti i lettori che hanno da fare chiarimenti). Lo trovate sempre qui (in alto) se volete ridere un po’. Io vorrei avere l’audio sul blog per farvi sentire la mia risataccia quando arrivo a leggere questa sua frase “profetica”: "se solo la gente riuscirà ad avere l’opportunità di votare il referendum su una legge oscurantista e clericale, illiberale e proibizionista, sarete sommersi da un ondata di Sì. E come per il divorzio e per l’aborto voteranno Sì tanti cattolici". Sappiamo tutti come è finito quel referendum…
Ma questa è solo una delle tante. Potrei continuare… Se avete tempo da perdere leggete qui come analizzo un comunicato del Chiarissimo, capace di strumentalizzare ogni evento (anche quando proprio non c’azzecca). E qui vedrete che esprimevo la stessa idea di Alfredo, forse già qualche giorno prima del caso scoppiato sul suo blog. Ecco perché Alfredo ha ragione: c’è chi pretende che ogni sua opinione sia notizia, come e quando vuole.
Post Scriptum. Alfredo dice che non vorrebbe mai vedere al governo Bolognetti e i Radicali… Io invece spero proprio di vederli lì. Sì, sì, vorrei vederli lì. Immobili, perché costretti a puntare su di sè quell’indice sempre pronto, quegli strilli scandalizzati e quelle battaglie contro i mali degli altri… Insomma, io vorrei togliere questa gente dalle scrivanie, dalle piazze e dai salotti…insomma, dai pulpiti (anche scomodi) su cui salgono per giudicare gli altri; metterli al potere e vedere, per una volta, se sanno fare qualcosa di buono, qualcosa di diverso da uno sciopero eclatante o un comunicato… E non lo dico ironicamente… Quasi quasi li voto… Se non decidono di svendersi all’ennesimo accordo partitico “per il potere”. Come fanno da anni!!!
Il post è aperto a ogni chiarimento, rettifica o precisazione del protagonista. Anzi, se lo desidera sarà fatto un post con la sua versione dei fatti nel caso di mie omissioni o falsificazioni.

giovedì 31 gennaio 2008

Chi studia a "Memoria" non impara nulla

E nelle scuole va di scena il solito film (già visto e imposto per legge).
La solita scena pietosa: ragazzi sbuffanti col vestito di marca e il pensiero a chissà quale divo della De Filippi. Guardano le immagini di ragazzi come loro, morti per davvero e senza colpa. Le solite frasi di Primo Levi lette con espressione dalle brave della classe, più attente a leggere bene che ad ascoltare le parole… Qualche professore spiega il valore “storico” della questione, qualcun altro, con piglio moralistico, sgrida chi si distrae: “come è possibile scherzare di fronte a queste cose?”.
Tutti applaudono, magari si commuovono e alla campanella… via!!! Tutto è come prima. In fondo non è che un’altra delle solite assemblee di istituto. E’ il film che andrà in onda in tutte le scuole d’Italia, con l’illusione che possa servire a qualcosa!
Mi toccherà rientrare in classe e smontare l’idea che si saranno fatti. Mi toccherà spiegare che il male non è una cosa che riguarda solo gli altri, solo il passato. Che il nazismo non era la fandonia di un pazzo dittatore, ma la proposta politica di un popolo che riempiva le piazze e le università. E che gli uccisori degli ebrei non erano “cattivoni” assassini, ma ragazzi ingenui come tanti di loro, a cui l’odio fu iniettato anzitutto nelle scuole. E che i luoghi dell’indottrinamento avevano un paio di cose in comune con l’assemblea appena conclusa: luoghi senza critica, senza provocazione della coscienza, luoghi in cui i valori giusti erano quelli lanciati dall’alto! Insomma, mi toccherà spiegare un po’ di storia. Sperando che arrivi dove questo tipo di Memoria non sembra arrivare. Sperando che arrivi a scuotere veramente qualcosa.

P.S. Lo so che me la prendo sempre con “le cose buone”, le cose fatte “in buona fede”. Ma la buona fede non basta a fare buoni uomini. C’è bisogno anche di una buona strada!

domenica 27 gennaio 2008

I Complessati Live: uno spettacolo!!

Una piccola eccezione al carattere informativo del blog. L'esibizione straordinaria dei Complessati in contrada Foresta. La musica è bella anche perchè, a interpretarla, ci sono persone così. E non è ironico!!!

IL CIUCCIO



MUGNAIO HARD